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La storia non finisce mai

Ero una bambina quando vidi per la prima volta La Storia Infinita.

Chissà se tu che stai leggendo hai mai visto questo film o se, invece, non sai neppure di cosa parli... che curiosità..

Se fai parte di chi non l’ha mai visto, ecco… La Storia Infinita è uno di quei film difficili da raccontare senza portargli via un po’ della sua magia.

È la storia di Bastian, un bambino che trova rifugio nei libri e che un giorno si imbatte in un volume misterioso. Tra quelle pagine scopre Fantàsia, un mondo popolato da creature straordinarie che sta lentamente scomparendo, divorato da una forza inquietante chiamata il Nulla.

Per salvarla, il giovane Atreyu intraprende un viaggio attraverso luoghi impossibili, incontri, paure e speranze. E in quel viaggio compare anche Falkor, un drago della fortuna capace di solcare il cielo.

Ma La Storia Infinita non parla soltanto di un regno fantastico da salvare.

Fantàsia vive dell’immaginazione, dei sogni e dei desideri degli esseri umani.

E il Nulla non è semplicemente il nemico di una favola.

È ciò che rimane quando smettiamo di immaginare. Quando smettiamo di desiderare.
Quando smettiamo di credere che, oltre ciò che vediamo, possa esserci ancora qualcosa.

Naturalmente, io tutto questo non lo sapevo. Ero solo una bambina.

Ricordo le coperte tirate fin sopra il naso, gli occhi incollati allo schermo e quella sensazione meravigliosa che si prova soltanto da piccoli, quando non esiste ancora un confine così preciso tra ciò che è vero e ciò che potrebbe esserlo.

E poi c’era lui. Il drago. Quanto avrei voluto averne uno anch’io.

Un drago da chiamare quando il mondo diventava troppo normale. Uno con cui volare sopra i tetti, attraversare le nuvole e raggiungere posti che nessuno aveva ancora scoperto.

Credo che allora fossi davvero convinta che, da qualche parte, un drago così dovesse esistere. Perché da bambini non ci chiediamo continuamente se una cosa sia possibile.

Ci crediamo.

Crediamo nei mondi nascosti, nei desideri capaci di cambiare le cose, negli oggetti che custodiscono segreti e nelle storie che non finiscono davvero quando compare la parola “fine”.

Poi si cresce.

E la cosa strana è che nessuno ti avverte del momento esatto in cui succede.

Un giorno hai ancora le coperte sotto il naso e sogni di volare sulla schiena di un drago. Poi arrivano gli anni. Le responsabilità. Le corse. Le cose da fare. Le cose importanti. O almeno quelle che impariamo a chiamare così.

E, quasi senza rendercene conto, smettiamo di cercare draghi nel cielo.

Forse è questa una delle cose più strane del diventare adulti: il mondo rimane esattamente lì, davanti ai nostri occhi, ma siamo noi a imparare a guardarlo diversamente. La magia non scompare.

Smettiamo semplicemente di cercarla.

Passarono molti anni prima che, un giorno, quasi per caso, mi ritrovassi di nuovo a rivedere La Storia Infinita. Per caso, forse per noia dello zapping in una sera di solitudine.

Premetti play. Pensavo di rivedere semplicemente un vecchio film della mia infanzia che non ricordavo molto.

Invece ritrovai una parte di me.

Le immagini erano le stesse.
Le parole erano le stesse.
La storia era la stessa.

Ma i miei occhi no.

Questa volta vedevano qualcosa che la bambina nascosta sotto le coperte non avrebbe potuto vedere.

Quella non era soltanto una storia di creature fantastiche, imperatrici, guerrieri e draghi.

Era una storia sul potere dell’immaginazione. Sul rischio di perderla crescendo.

Sul Nulla che avanza quando smettiamo di desiderare, di creare, di meravigliarci.

E, soprattutto, era una storia sul ricominciare.

Fu allora che tornò alla mia mente un simbolo antico che mi affascinò: l’Uroboro.

Il serpente — a volte raffigurato come un drago — che morde la propria coda formando un cerchio. Un simbolo senza un vero principio e senza una vera fine.

Racconta il tempo che scorre e ritorna. Ciò che termina per poter rinascere. La trasformazione continua delle cose. Esattamente come la natura pensai.

Un seme diventa pianta.
Un fiore sboccia, appassisce e ritorna alla terra.
L’estate lascia spazio all’autunno.
L’inverno sembra fermare ogni cosa.

Eppure, sotto quella terra apparentemente immobile, la vita sta già preparando la primavera.

Nulla finisce davvero. Si trasforma.

E fu proprio allora che capii una cosa. Forse anche quella bambina non era mai scomparsa. Forse era rimasta da qualche parte dentro di me, in silenzio, ad aspettare. Ad aspettare che tornassi a guardare. Non soltanto a vedere.

A guardare davvero.

Da quell’incontro tra ciò che ero stata e ciò che ero diventata nacque un nome.

Natura. Uroboro. Naturoboro.

E insieme al nome nacque il desiderio di creare un luogo fatto di cose capaci di farci provare qualcosa.

Un profumo che, all’improvviso, ci porta altrove.

La luce tremolante di una candela in una stanza silenziosa.

La consistenza imperfetta di qualcosa fatto a mano.

Un simbolo antico che sembra raccontarci qualcosa che conoscevamo già, senza sapere di conoscerlo.

Un oggetto trovato quasi per caso che, senza riuscire a spiegare bene il perché, sentiamo immediatamente nostro. Piccole cose. Io amo le piccole cose che fanno la differenza.

Eppure, forse, la meraviglia si è sempre nascosta proprio lì.

Naturoboro nasce dalla voglia di cercare queste cose, sceglierle e portarle nelle nostre case.

Oggetti ispirati alla natura, al benessere, ai rituali, ai simboli e a quella parte un po’ misteriosa della vita che non ha necessariamente bisogno di essere spiegata per essere sentita.

Ma soprattutto Naturoboro nasce da un desiderio:

non dimenticare più come si guarda il mondo con gli occhi di un bambino.

Oggi so che quel drago che aspettavo da piccola probabilmente non arriverà a prendermi fuori dalla finestra.

Ma ho anche capito che non era quello il punto.

Il punto era non smettere di guardare fuori da quella finestra.

Continuare a credere che, da qualche parte oltre ciò che vediamo, possa esserci ancora qualcosa capace di sorprenderci.

Qualcosa da scoprire.

Qualcosa da immaginare.

Qualcosa in cui credere.

E forse crescere significa proprio questo:

perdersi per un po’,
dimenticare,
ritrovarsi…

e ricominciare a cercare draghi nel cielo.

Questo è Naturoboro.

La fine che ritorna all’inizio.
La natura che rinasce.
La meraviglia che credevamo di aver dimenticato.

Perché, in fondo, alcune storie non finiscono mai.

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